Abbiamo una cacioteca ma non un teatro!

dario adamo,teatro ragusa,caciocavallo,cacioteca ragusa È di nuovo tempo di ospiti per il blog di Ragusa. Questa volta lasceremo la parola a Dario Adamo un musicista e musicologo che in anni più recenti si è distinto sia come tenore lirico che come animatore del gruppo popolare dei Taddariti.  Molti di voi lo ricorderanno anche per i suoi  numerosi articoli scritti nel tentativo di promuovere la cultura musicale iblea. 

 «Noi non leggiamo e scriviamo poesie perché è bello. Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana. E la razza umana è piena di passione. Ora, la medicina, il diritto, l’economia, l’ingegneria, sono nobili occupazioni e necessarie per sostenere la vita. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, questo è ciò che serve per rimanere in vita». Questo è il monologo diretto dal Prof. Keating (interpretato dal mitico Robin Williams) ai suoi alunni nel film L’attimo fuggente (1989).

 Da qualche giorno, a Ragusa vantiamo la creazione di una cacioteca regionale, ma non abbiamo ancora un teatro degno del suo nome. Per carità, il comparto caseario è il volano della nostra economia e, ancor più, rappresenta le nostre tradizioni avìte. Ma continuiamo a non avere un teatro.

Tale mancanza non è solo fisica, spaziale: essa rappresenta un vuoto metaforico. Non abbiamo una “lobby” culturale ed artistica in grado di farsi valere. Anche perché, a dire il vero, molti esponenti che a questo club privilegiato potrebbero appartenere di diritto (poeti, attori, musicisti promettenti come ne nascono in ogni angolo del mondo) ad un certo punto hanno gettato la spugna, fermando la propria ricerca per assecondare una piccola comunità di provincia secondo cui la cultura e l’arte al massimo sono questioni da dopolavoro per chi le pratica, roba da evasione frivola per chi ne fruisce.

Molti puntano il dito verso i nostri politicanti (anziché farsi un esame di coscienza o, fatto questo, cercare di influire sulla mentalità dominante dei propri concittadini). In realtà, amministratori e classe politica entrano in gioco (o, sarebbe meglio dire, si astengono dal gioco) proprio alla fine della partita; anche se non mi sembra opportuno fare l’avvocato della casta, bisogna rendersi conto che, se è vero che la pianificazione, in termini di strutture e di programmazione, sarebbe di loro esclusiva competenza (fondazioni e mecenati a Ragusa non se ne ricordano a memoria d’uomo!), in uno scenario che vede gli amministrati accontentarsi dei fuochi d’artificio per la festa del patrono e di avere in piazza il cantante più gettonato del momento, per quale logica elettorale gli amministratori dovrebbero dar retta alle flebili richieste degli operatori che alla spicciolata questuano per ottenere un contributo per il proprio “piccolo evento”?

In una lettera aperta del gennaio 2011, Umberto Eco redarguisce l’allora ministro dell’economia Tremonti, reo di aver dichiarato che “la cultura non si mangia”; il filosofo asserisce con fermezza come una cultura opportunamente gestita, oltre a rappresentare l’unico strumento in grado di migliorarci, possa influire sulla ricchezza economica. Non so se dopo quella lettera qualcosa sia cambiato. Non credo. Però di una cosa sono tuttora testimone: a Ragusa la cultura non si mangia, il tumazzo sì!


Ti è piaciuto questo post? Clicca su mi piace e diventa fan della pagina Facebook Il blog di Ragusa: riceverai gli aggiornamenti su ciò che c’è da sapere o da fare nella tua città.


 

Il Ragusano in un francobollo

ragusano-francobollo.jpgVenerdì scorso si è aperto Milanofil, il salone internazionale del francobollo organizzato dalle Poste Italiane alla Fiera di Milano. Per l’occasione sono stati emessi quattro francobolli speciali, dedicati a dei famosi formaggi DOP della penisola.

Tra questi, il caciocavallo ragusano, noto da queste parti col semplice nome di caciocavallo – o meglio cosacavadu – ma riconosciuto a livello nazionale col nome di Ragusano (visto che col nome ‘caciocavallo’ nel resto dell’Italia si è soliti intendere quel formaggio che da queste parti viene chiamato ‘provola’).

Dopo il riconoscimento della Denominazione d’Origine Protetta, avvenuto nel 1996, finalmente un’occasione ghiotta per fare conoscere il Ragusano al di fuori dei confini dell’isola.

Le cose da fare a Ragusa (e dintorni) almeno una volta nella vita

Scaccia.jpg Preparare le Scacce.

Il maiuscolo è d’obbligo perché non si tratta di una comune e banale focaccia: è la perfetta sintesi della sapienza agroalimentare di quest’angolo di Sicilia.

Scambiata da alcuni insipienti visitatori forestieri per una sorta di lasagna portatile, si tratta invece del felice incontro tra la profumata farina di grano duro impastata a mano e tirata sottile, il carnoso pomodoro gonfio del sole di giugno, l’olio denso dell’altipiano Ibleo e poi Lui, il re della masseria: il Caciocavallo ragusano che, anche se per incomprensibili ragioni burocratiche ha dovuto cambiare nome (ora si chiama Ragusano Dop), resta uno dei massimi prodotti caseari della Nazione.

Se non avete una zia esperta che ve le fa (è uno spettacolo vedere l’energia che queste donne dispiegano nella preparazione), potete pur sempre andare al panificio Giummarra, quello vicino al Ponte Vecchio dal lato piazza Cappuccini, e chiedere un trancio di “Campagnola”.

Ma la cosa migliore è coinvolgere l’amico/a col forno in pietra in una sessione di preparazione di focacce che poi vi dureranno giorni: imparerete qualcosa da tramandare ai figli.